Recensioni

“Chiamami col tuo nome”, A. Aciman

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Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Editore: Guanda

“Chi legge lo fa per nascondersi. Per nascondere chi è realmente, E chi si nasconde non sempre si piace.”

“Chiamami col tuo nome” ci porta indietro negli anni, in una calda estate del 1987 sulle coste della Liguria, nel paesino di B.
Lì troviamo Elio, figlio diciassettenne di un professore universitario che ogni anno ospita nella sua residenza estiva uno studente proveniente dagli Stati Uniti per aiutarlo nella sua tesi di dottorato.
L’ospite designato di quell’estate è Oliver, un ventiquattrenne colto e affascinante, che conquista immediatamente sia i componenti della famiglia che il personale di servizio con i suoi modi da “movie star”, come suole chiamarlo la signora Perlman.
Elio è immediatamente affascinato dal giovane dottorando che però passa molto velocemente da atteggiamenti amichevoli e remissivi a modi bruschi e sguardi taglienti, rendendo difficile per il ragazzo farsi un’idea precisa sul suo carattere e su che idea si sia fatto di lui.
Le giornate trascorrono tranquillamente tra mattinate trascorse a bordo piscina dove Oliver lavora sul suo manoscritto mentre Elio trascrive i suoi amati spartiti, pomeriggi passati a giocare a tennis e nuotate nel mare sotto casa.
Una mattina Elio accompagna Oliver in bicicletta fino a B. e, mentre stanno parlando nella piazzetta del paese, gli lascia intendere quali siano i sentimenti che prova per lui.

“Era il mio momento. Potevo cogliere l’attimo, oppure farmelo sfuggire, ma in entrambi i casi sapevo che non me lo sarei mai perdonato.”

Il romanzo non ha capitoli ma si divide in quattro parti: Se non dopo, quando?, La collina di Monet, La sindrome di San Clemente e I luoghi dello spirito.
Benché tutto il romanzo non abbia un ritmo particolarmente veloce, ho trovato la prima parte piuttosto lenta, così come un pezzo de La sindrome di San Clemente, dove un poeta racconta di un viaggio in Thailandia che ha ispirato una sua composizione e ci si trova ad affrontare diverse pagine di un monologo tutto sommato abbastanza slegato da quella che è la trama vera e propria del racconto.

Ho trovato lo stile di Aciman un po’ pesante: la quasi totalità del libro non è altro che un lungo ricordo di Elio circa la sua estate con Oliver, carico di descrizioni ma povero di dialoghi, che fanno risultare la narrazione piuttosto lenta.
Il lessico è ricercato e tutto il racconto è disseminato di riferimenti a opere classiche, ma dal momento che tutti i personaggi hanno un background culturale molto forte, non ho trovato questa scelta fuori luogo, anzi, rende ancora più forte la caratterizzazione e il punto di vista dei personaggi.
Lo stesso Elio viene più volte descritto come un ragazzo estremamente colto ed intelligente, con interessi ed hobby molto diversi da quelli dei suoi coetanei.

“Ciò di cui non mi rendevo conto era che voler mettere alla prova il desiderio non è altro che un sotterfugio per ottenere ciò che vogliamo senza poterlo ammettere.”

C’è una componente erotica molto forte, presente in tutta la narrazione, descritta in maniera molto diretta e senza fronzoli, ma mai volgare o fuori luogo.
Anche questo contribuisce a rendere estremamente umano il personaggio di Elio, che come qualsiasi diciassettenne prova un forte desiderio sessuale verso Oliver, ma anche verso altre ragazze.

“Ma non potevo ingannare me stesso. Ero convinto che nessuno al mondo lo volesse fisicamente quanto me; e che nessuno fosse disposto a percorrere la distanza che avrei percorso io per lui.”

Ho trovato molto delicato il modo in cui il signor Perlman affronta l’argomento dell’omosessualità con il figlio. Non viene mai tirato in ballo direttamente, ma attraverso un discorso più vago il professore riesce a far percepire al figlio il suo supporto e come lui possa, anzi debba, sentirsi libero di essere sempre sé stesso.

“Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa…che spreco!”

Sicuramente è un libro molto interessante e ben scritto dal punto di vista psicologico, in cui il lettore è messo costantemente faccia a faccia con le emozioni, le preoccupazioni, le incertezze e i tumulti che smuovono l’anima di Elio; tuttavia non è una lettura leggera che consiglierei a chiunque.

Recensioni

Luna di miele a Parigi + La ragazza che hai lasciato

IMG_2536.jpgTitolo: “Luna di miele a Parigi” + “La ragazza che hai lasciato”
Autore: Jojo Moyes
Editore: Mondadori

In “Luna di miele a Parigi” vengono raccontate le storie di due coppie appena sposate.

Nel 1912 troviamo Sophie ed Édouard: lei una commessa proveniente dalla provincia di Parigi, lui un pittore affermato e molto noto della capitale francese.
Il loro amore acerbo ed intenso viene messo alla prova dall’insicurezza suscitata in lei dalle modelle di cui il pittore si serviva per i suoi quadri.
Inoltre la comparsa di una vecchia amica di Édouard porterà Sophie a vagare per la città domandandosi se abbia sbagliato a sposarsi così velocemente con una persona tanto diversa da lei.
Nel 2002 invece troviamo Liv e David: lei molto giovane e impulsiva, lui affascinante e stacanovista.
È proprio questo attaccamento al lavoro e la voglia di affermarsi che lo portano a trascurare il vero motivo del viaggio a Parigi con la sua giovane sposa, e così anche Liv, come fece Sophie quasi un secolo prima di lei, si ritrova a percorrere da sola le strade della capitale, chiedendosi se la sua impulsività non le abbia fatto prendere una decisione sbagliata sposando David.
È proprio durante una di queste passeggiate solitarie che Liv “incontra” per la prima volta Sophie attraverso un quadro che Édouard aveva dipinto.

“Penso spesso che la possibilità di guadagnarsi da vivere facendo ciò che si ama sia uno dei doni più grandi della vita.”

Questo breve libro fa da prequel a “La ragazza che hai lasciato”, ma funziona benissimo anche come racconto a sé stante.
É una breve storia romantica, perfetta per sognare il lieto fine sullo sfondo di una Parigi vista attraverso gli occhi di due giovani donne innamorate.

Le vicende de “La ragazza che hai lasciato” sono ambientate cinque anni dopo rispetto a “Luna di miele a Parigi” e i giorni felici della luna di miele non potrebbero sembrare più lontani per entrambe le protagoniste.

“Penso che la bellezza stia negli occhi di chi guarda. Quando mio marito mi dice che sono bella, gli credo, perché so che ai suoi occhi la sono.”

Sophie si trova a far fronte agli orrori della prima guerra mondiale, che oltre a strapparla da Parigi, ha allontanato da lei Édouard, richiamato al fronte per servire la patria.
Costretta a tornare nel suo paese natale, St. Péronne, la giovane donna lavora al bar dell’hotel di proprietà della sua famiglia, il Coq Rouge.
È proprio questo il luogo scelto dal nuovo Kommandant delle truppe tedesche che presidiano la città per le cene dei soldati, che dovranno essere cucinate da Sophie e la sorella Hélène.
Durante le cene il Kommandant si rivela essere un uomo molto colto e amante dell’arte, e sembra apprezzare in particolar modo un quadro appeso nel bar che ritrae proprio Sophie.

Liv, dopo due anni dalla morte del marito, si ritrova ad uscire per la prima volta per una cena tra amici, dove, per scappare da un commensale troppo lascivo, si rifugia in bagno e viene aiutata ad uscire da quella situazione scomoda da Mo, una cameriera molto singolare.
Decisa a non demordere nei suoi tentativi di riappropriarsi della propria vita, la giovane vedova si spinge in un locale nel quale però le viene rubata la borsa. 
Ubriaca e disperata, viene aiutata da Ben, un divorziato affascinante e gentile, il quale lavora per un’agenzia che aiuta i parenti delle vittime delle guerre mondiali a riappropriarsi dei beni che sono stati rubati loro in quegli anni.
Senza saperlo Liv lo porta più vicino di quanto mai potesse sperare alla soluzione di un caso, ma questo porterà inevitabilmente allo sconvolgimento delle loro vite e la avvicinerà in un modo molto singolare a Sophie, con la quale stabilirà un legame emotivo difficile da spezzare.

“Credi di sapere che cosa ti riserva il futuro -una brutta serata davanti alla televisione, un drink al bar, il tentativo di nasconderti dalla tua storia- e all’improvviso fai una deviazione di cui non conoscevi neppure l’esistenza.”

La trama è molto lineare e, nonostante i salti temporali, non si rischia di perdere il filo del racconto, che procede sempre con un ritmo costante e tutto sommato veloce.
Lo stile è quello che contraddistingue l’autrice: una scrittura semplice ma non banale, in grado di mettere in primo pianto i sentimenti e le emozioni che muovono i protagonisti.
Unica pecca: verso la seconda metà il racconto si sofferma sull’aspetto giuridico della situazione, rendendo questa parte un po’ più lenta e togliendo forse troppo spazio al finale vero e proprio.

I personaggi di Liv e Sophie mi sono piaciuti davvero molto.
Sono entrambe due donne con una forza d’animo invidiabile che, nonostante gli ostacoli e le tragedie a cui si trovano a far fonte, non si danno per vinte e continuano ad andare avanti per le loro strade senza arrendersi e senza paura, dando continuamente prova di grande tenacia.
Riescono a mantenere viva la speranza che le muove nell’inseguire il loro obiettivo, spinte dalla motivazione che, solamente chi sa di non aver più nulla da perdere, riesce a trovare.
Così come altre protagoniste dei romanzi della Moyes, sono donne motivate ed indipendenti, che non vivono in funzione dei loro compagni, pronte a mettersi in gioco e lottare.

“La ragazza che hai lasciato” è libro leggero e piacevole, che ci fa scivolare tra passato e presente una pagina dopo l’altra, le cui protagoniste sono in grado di entrare nel cuore e farci sentire la loro mancanza appena lo terminiamo.

Potete acquisarlo qui: Luna di miele a Parigi-La ragazza che hai lasciato

Recensioni

“Buona vita a tutti”, J.K. Rowling

IMG_2258.JPGTitolo: Buona vita a tutti. I benefici del fallimenti e l’importanza dell’immaginazione.
Autore: J.K. Rowling
Editore: Salani

“Con il realizzarsi della mia più grande paura mi ero ritrovata libera, ero ancora viva, avevo una figlia che adoravo, avevo una vecchia macchina da scrivere e un’ottima idea. E così il fondo che avevo toccato diventò una solida base su cui ricostruii la mia esistenza.”

Quando J.K. Rowling venne invitata a tenere il discorso di commiato agli studenti di Harvard, scelse di parlare di due temi che le stavano molto a cuore e che, come scopriamo durante la lettura di questo breve libro, sono state le fondamenta sulle quali è nata la sua sfavillante carriera: il fallimento e l’immaginazione.
Come lei stessa dichiara, si fa fatica ad immaginare che un fallimento possa portare a qualcosa di buono mentre lo stiamo vivendo, ma ci costringe ad affrontare le nostre paure, a metterci a nudo davanti a noi stessi. Quando sappiamo di non avere più nulla da perdere, è allora che ci sentiamo liberi, liberi di tentare qualcosa che prima non avremmo mai provato per non allontanarci dalla nostra zona di comfort.
Nella prima parte del discorso, J..K. Rowling racconta di come, dopo il divorzio e il licenziamento, abbia trovato il coraggio di fare ciò che più le stava a cuore e rischiare il tutto per tutto.

“Magari non vi capiterà di fallire in maniera altrettanto disastrosa, ma nella vita è inevitabile una certa dose di insuccesso. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno di vivere così prudentemente che tanto varrebbe non vivere affatto…nel qual caso si fallirebbe in partenza.”

Nella seconda parte la Rowling affronta il tema dell’immaginazione, partendo dalla sua esperienza presso Amnesty International, che non solo l’ha toccata nel profondo e le ha fatto capire quanta sofferenza possano causare la tirannia, l’ottusità e la cattiveria umana, ma le ha insegnato quanto sia importante riuscire ad essere empatici anche con chi si trova in situazioni lontane anni luce dalla nostra.
E non è forse l’empatia estremamente affine all’immaginazione? La capacità di immedesimarsi nello stato d’animo altrui, di immaginare quello che sta provando l’altra persona, tanto bene da riuscire a comprendere a pieno ciò che sta passando.

“Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.”

Questo libro si finisce in pochissimo tempo, ma lascia dietro di sé un messaggio molto forte e chiaro, quello di non lasciarsi abbattere dal fallimento, anzi, di quanto sia necessario sperimentarlo almeno una volta nella vita.
Se non ci concediamo la possibilità di tentare, fallire e rialzarci, allora probabilmente non stiamo vivendo completamente.
Senza dimenticare di guardare con oggettività il passato e il presente, infonde speranza e positività per il futuro, che non potremo mai sapere cosa abbia in serbo, ma sicuramente potremmo affrontarlo meglio avendo la consapevolezza che il fallimento è necessario e se lo affrontiamo con umiltà e un po’ di immaginazione, può diventare esattamente quello che desideriamo.

Consigliatissimo!

“La vita è difficile, complicata e sfugge al controllo di chiunque, e l’umiltà di capirlo vi consentirà di sopravvivere alle sue vicissitudini.”

© Martina Hood

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Recensioni

Terapia d’amore

terapiadamoreAutore: Daniel Glattauer
Editore: Feltrinelli

Joana e Valentin si sono conosciuti facendo sub e all’inizio hanno vissuto la loro relazione esattamente come se fosse un’immersione nell’oceano: nella loro bolla sospesa fuori dallo spazio e dal tempo, dove esistevano solo loro.
Tuttavia, diciassette anni dopo, dentro quella bolla pare mancare l’aria e le cose si stanno incrinando, così i due decidono di ricorrere ad un terapeuta di coppia, che però sembra essere preso da ben altri problemi, i suoi.

“Ciò che più mi è mancato, Hari, è la possibilità di un attrito con te. E alla lunga, senza attriti, si è spento ogni calore. Fa freddo nel bozzolo che hai costruito per noi. Fa freddo, ed è per questo che devo lasciarti.”

Daniel Glattauer ricorre alla forma di una commedia teatrale, fatta di botta e risposta serrati, creando un romanzo che si legge tutto d’un fiato.

Come nel suo romanzo d’esordio “Le ho mai raccontato del vento del Nord”, l’autore non si sofferma a descrivere l’aspetto dei personaggi né quello dell’ambiente che li circonda, ma si concentra molto sul presente dei protagonisti, nonché unici personaggi del racconto.
Facendo solo qualche riferimento a quelli che sono il loro passato e le loro storie, riesce a darci un’idea di quello che stanno passando e quali sono i sentimenti e le motivazioni che li muovono in quel momento.
Le gestualità dei personaggi ci aiutano a capire quello che stanno provando e Glattauer le descrive come fossero le indicazioni per gli attori su un copione.

Dopo solo qualche pagina ci accorgiamo di quali sono i difetti di Valentin che infastidiscono Joana e, viceversa, quali sono quelli di Joana che mandano fuori di testa Valentin e possiamo prevedere quali saranno le reazioni dei due agli esercizi che il terapeuta propone loro.

Questo scontornare i personaggi dal loro passato e dall’ambiente che li circonda ci impedisce di distrarci e ci lascia concentrare a pieno su Joana e Valentin dandoci l’impressione di essere lì con loro, presenti alla seduta di terapia.

Curiosità:
Nell’edizione edita da Feltrinelli sono presenti bellissimi disegni che rappresentano ciò che accade ai protagonisti.

© Martina Hood

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